Il ruolo degli effetti sonori nei film

Quando spiego alle persone che il mio mestiere è quello di fare gli effetti sonori per i film, in genere l’osservazione che ricevo è sempre la stessa: “Ma perché il suono che si sente non è ripreso dal set?”. (Mia madre ancora non ha ben inteso il lavoro che faccio…)
La gente che non ha nulla a che vedere con il mondo del cinema, ma che lo fruisce da spettatore, non immagina nemmeno lontanamente la procedura messa in atto per far sì che un film abbia il suono che ha.

Il suono ripreso sul set costituisce in realtà solo un’elemento della colonna audio, di certo è l’elemento principale, visto che si tratta soprattutto dei dialoghi fra gli attori; non è però l’unico ingrediente che permette la totale immersione nella narrazione cinematografica. Oltre alla musica, che non voglio affrontare in questa sede, perché avrebbe bisogno di un capitolo a parte, gli altri elementi che sono necessari e che portano un contributo sostanziale ad un film sono gli effetti sonori.

Generalmente la realizzazione di una colonna audio cinematografica è suddivisa in una media di quattro lavorazioni distinte, e quindi realizzata da quattro professionisti distinti: in sintesi, il fonico di presa diretta e il microfonista, riprendono il suono sul set,  il montatore di presa diretta si occupa di montare il suono ripreso sul set,  cercando di far sì che tutti i rumori non desiderati vengano esclusi, inoltre, generalmente, ha la responsabilità di dare la valutazione tecnica sulla qualità audio di una ripresa ed eventualmente stilare la lista di battute che, per problemi tecnici, devono essere doppiate, capita spesso che questa figura assuma anche la mansione di montatore delle musiche. Il montatore degli effetti sonori ed il rumorista di sala si occupano della realizzazione degli effetti sonori e degli ambienti sonori in surround che andranno ad integrare la presa diretta. In fine il fonico di mix mette insieme gli elementi citati sopra cercando di omogeneizzare tutto con i giusti rapporti di livello tra suono e suono.

Le ragioni tecniche degli effetti sonori

Il suono in presa diretta non basta come unico elemento per vari motivi. Innanzi tutto l’attuale standard audio con cui si distribuisce un film in sala è il formato multi-canale 5.1, la presa diretta generalmente viene registrata e montata come elemento mono e si concentra soprattutto nel riprendere al meglio i dialoghi, ne consegue che tutti i suoni che sono necessari alla narrazione spesso sono fuori dal fuoco del microfono e devono essere ricreati successivamente per avere la giusta “posizione e proporzione sonora” nello spazio ripreso dalla telecamera, inoltre trattandosi di film, quindi di finzione, i luoghi in cui si gira una scena o gli oggetti con cui si gira una scena, spesso e volentieri non hanno il suono che dovrebbero avere nell’intenzione della sceneggiatura, pensiamo ad un film in costume girato vicino ad un aereoporto o ai film di fantascienza ambientati all’interno di astronavi che viaggiano nell’iperspazio con strumenti tecnologici che non esistono. Tecnicamente gli ambienti sonori vengono ripresi in formati che vanno dalla stereofonia in su, questo perché, stratificando e spazializzando vari elementi, si costruisce il suono in surround che permette una migliore immersione nella narrazione del film. Un’altra ragione tecnica per cui si ricostruiscono tutti i suoni su un film, compresi i passi e i movimenti dei vestiti, è la colonna internazionale. Un film che viene venduto all’estero verrà doppiato per sostituire i dialoghi originali con quelli tradotti, quindi la produzione deve fornire una colonna audio che abbia come elementi solo musica ed effetti, la colonna internazionale appunto.

Ma le ragioni estetiche?

Sono tanti i libri e gli autori che hanno affrontato questo tipo di tematica, cercando di teorizzare una cosa così complessa che varia da caso a caso. La percezione sonora di un film non è materia che si può facilmente oggettivizzare in quanto ogni spettatore viene influenzato da un suono anche in base alla propria cultura e dalla propria sensibilità. Esistono però “trucchi” che funzionano sempre, anche perché ormai la maggior parte del pubblico ha interiorizzato la grammatica cinematografica. Gli effetti sonori hanno la grande capacità di spostare l’attenzione del pubblico e focalizzarla su un determinato dettaglio di una scena aumentandone semplicemente il volume, si può usare il suono per dare le scansioni temporali ad una scena; pensate a due personaggi in una stanza, basta variare in maniera opportuna, ad un determinato taglio di montaggio, gli elementi del fondo sonoro e l’immediata sensazione che si ha è un passaggio di tempo; immaginiamo una sequenza in cui si vede l’esterno di una casa e poi l’interno della casa, basterebbe il suono di una campana o di un cane che abbaia, che passa da fuori a dentro per dare contemporaneità alle due scene. Si può giocare suoi paradossi audio video per cercare di portare emotivamente lo spettatore dove si vuole, per esempio rendendo improvvisamente silenziosa una scena che visivamente dovrebbe essere molto rumorosa si può dare una sensazione di “soffocamento” sonoro improvviso. Esistono poi teorie sulle influenze che hanno al

cune combinazioni di frequenze sull’emozione umana che pare siano scritte nel DNA, frutto dell’evoluzione, come quella che vuole che suoni a bassa frequenza diano inquietudine, forse perché i nostri antenati, ascoltando orde di animali feroci dal fondo di una grotta, hanno codificato le basse frequenze in associazione al pericolo, o determinate frequenze medio alte danno sensazione di allarme perché atavicamente sono associate al pianto di un bambino. Personalmente le trovo congetture di grande ispirazione ma con scarse applicazioni pratiche. Continuando il discorso su che tipo di ruolo svolge la “ri-sonorizzazione” dei suoni su un film, si dovrebbe citare l’intervento che essi hanno nel dare verità, peso e consistenza agli oggetti di scena, ad esempio un bastone di ferro che colpisce un personaggio nella realtà  è fatto in gommapiuma, il suono di un’impatto metallico lo trasforma in un vero bastone di ferro, restituendo al pubblico la sensazione di dolore che subisce il nostro personaggio.

Progettare l’audio di una scena.

Decidere come e quando si deve intervenire con un tipo di effetto sonoro per un professionista in alcuni casi è quasi un’automatismo,  prima mi riferivo al fatto che il pubblico ha interiorizzato la grammatica del linguaggio cinematografico, lo stesso vale per il colui che si accinge a doverla usare quella grammatica. Storicamente, nei primi film sonori, per una questione di serie limitazioni tecniche, i suoni dovevano essere scelti con molta cura,  esisteva un limite oggettivo di dinamica negli impianti dell’epoca e la riproduzione garantiva una qualità sufficiente solo a pochi elementi sonori, essendo la voce e la musica le cose principali, gli effetti sonori dovevano essere dosati e riprodotti solo quando erano strettamente necessari al racconto del film. Questo limite ha involontariamente creato le regole di quella grammatica di cui parlavo prima, si è fatta di una necessità una virtù . Naturalmente l’evoluzione tecnologica e la sperimentazione di registi illuminati, che spesso hanno scardinato quelle stesse regole, hanno fatto sì che questo tipo di lavoro riesca oggi ha dare un grande contributo estetico alla narrazione cinematografica.

Personalmente, quando lavoro al suono di un film, cerco di tenere bene in mente la dinamica totale racconto, da dove veniamo e dove dobbiamo arrivare, in maniera da creare una sonorizzazione coerente durante tutta la narrazione, infatti il suono agisce sul pubblico in maniera indiretta rispetto al video, cerco di creare una sonorizzazione più o meno spinta a seconda del tipo di fase narrativa in cui ci si trova. Ad esempio immaginiamo di lavorare ad una scena in esterno urbano, si può far suonare l’ambiente in maniera più o meno caotica; se il momento della storia pone la necessità di mettere in agitazione il pubblico e creare una certa predisposizione emotiva per ciò che accade dopo, cercherei di farlo giocando con il caos della città, viceversa se bisogna distendere i nervi al pubblico, perché lo richiede il momento, darei alla città un suono più tranquillo. Questo sempre tenendo bene in mente la regola d’oro che è l’immagine a dettare il suono non viceversa. Se il film non funziona non sarà certo il suono a farlo funzionare…

Nel dettaglio delle singole scene il metodo che utilizzo mediamente (che non è una regola, è semplicemente la mia abitudine) è quello di partire dal suono più debole e stratificare i suoni fino a quello più forte. Ad esempio parto dall’aria silenziosa di una stanza, che serve a dare la base, a questa aggiungo poi magari traffico lontano, uccellini più vicini, il rumore di una porta che sbatte nell’androne del palazzo, via via mi avvicino all’azione e comincio a sonorizzare quello provoca il personaggio, magari apre una porta, spara con una pistola, rompe una finestra e via dicendo. Uso questo metodo solo ed esclusivamente per una questione di ordine mentale, creare prima il mondo in cui si muove il personaggio e poi il dettaglio dell’azione fa sì che il suono totale sembri avere un’unica pasta, non ostante sia costituito da sorgenti riprese nelle maniere più svariate.

Dipingere una realtà sonora come descritta sopra è solo parte del lavoro, infatti alcune volte viene richiesto dal film anche un lavoro di sonorizzazione che va “aldilà” della realtà, nei film di genere, come gli horror o la fantascienza, si cerca di realizzare un tipo di sonorizzazione più emotiva, allora in questi casi entrano in ballo altre tecniche per manipolare suoni reali, alterandoli e rendendoli “altro” con campionatori ed effetti di vario tipo. Questo tipo di lavorazione non è esclusiva solo dei film di genere, mi è capitato di recente di lavorare ad  un film, L’estate di Martino, in cui alcune scene erano ambientate in fondo al mare. Ho cercato di costruire un’ambiente sottomarino usando ogni sorta di sorgente, sono partito con suoni di acqua trattati con il campionatore, suoni registrati con l’idrofono, fino ad arrivare all’utilizzo di suoni creati dal nulla con il sintetizzatore, per riuscire a rendere un’idea sonora verosimile ed in accordo con ciò che accadeva sullo schermo.

La cosa bizzarra di questo lavoro è che se è fatto bene nessuno se ne accorge, se invece non è fatto bene se ne accorgono tutti, infatti chi guarda un film si aspetta di sentire il suono in una determinata maniera e se non si tiene fede a queste aspettative allora il problema salta subito all’orecchio!

Mirko Perri

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Mirko Perri